14 giugno, 2008

Note, impressioni e qualche consiglio.

Solo adesso che l’abbiamo percorso mi sento di dire qualcosa in merito a questo grandioso e bellissimo itinerario nei dintorni di casa.

Un po’ di dati? 234 km disposti come il contorno di un ferro di cavallo intorno a Biella, quasi sempre su sentieri o carrarecce, qualche tratto su mulattiere montane, poco su asfalto.
Dislivello in salita (e discesa): 7.161 metri circa.
Tempo totale 87 ore circa.
Si attraversa due volte il Cervo e due l’Elvo.

Ma le misure non bastano a definirla, manca sempre qualche dimensione, e poi qual'è l'unità di misura dell'emozione?

Se volete vi accompagno in una corsa pazza su tutta la GTB, prendete fiato… o saltate il paragrafo...

Si parte dall’ambiente montano di bassa quota da Oropa, Chiavolino (Pollone), Sordevolo poi Graglia, Netro, Donato, Scalveis (Chiaverano), Torrazzo, comincia la Serra la morena più lunga d’Europa, Magnano, Zimone, il lago di Bertignano, Rolle (Viverone) il lago è in vista, Prelle (Salussola), Cerrione ed ecco la Bessa, la ciclopica miniera d’oro quasi preistorica, ambiente magico, Vermogno, Borriana è di là dall’Elvo, poi le colline al traverso, Mongrando, Camburzano, Muzzano, Occhieppo, Pollone con la sua splendida Burcina, Cossila (Biella), Pralungo, Sant’Eurosia, la media valle Cervo, Miagliano, Sagliano, Andorno, poi ancora colline, la Colma (Biella), Pettinengo, Zumaglia, Ronco, Vigliano, Valdengo, Quaregna, Cerreto Castello, un tratto in pianura, Spolina (Cossato), e poi la splendida Baraggia di Candelo, terra depositata dal vento che sembra la savana africana, poi a Castellengo (Cossato), ancora pianura, Chiesa di S.Vincenzo (Mottalciata), si attraversa il Cervo, Terzoglio (Castelletto Cervo) e ancora un’altra Baraggia, Lessona, Masserano, si risale un torrentello (..mi ritrovai in una selva oscura… ) e si torna in collina, Forte (Brusnengo), ancora colline ma speciali e spettacolari, Asei (Brusnengo), Sostegno, Azoglio di Crevacuore, poi Ailoche, si sale a più di 1200 metri, Sparavera, Piane di Viera, Coggiola alle pendici del Mombarone ed inizia una lunga traversata a mezza costa con tanti piccoli paesini, paesaggi vicini e panorami lontani impareggiabili, Masseranga e Castagnea (Portula), Santuario della Brughiera (Mosso), Capomosso (Mosso), Piane di Veglio, Santuario del Mazzucco (Camandona), Carcheggio una pennellata d’artista, e Trabbia (Callabiana) eremo da poeti, si entra ancora in Valle Cervo, Pratetto (Tavigliano), Falletti (Sagliano), Tomati, Oriomosso, Quittengo, si riattraversa il Cervo all’ Asmara, si passa nella zona delle cave di Sienite girando intorno al Plutone della Balma, a piombo sulle cave, si passano i tanti valloncelli ombrosi e le frazioni mitologiche della valle Cervo, Mortigliengo, Bariola, Oretto, Driagno chi le ha mai sentite queste?, Riabella fino ad Oneglie, poi una ripida e dura salita e siamo al Tracciolino tra S.Giovanni Battista di Andorno ed Oropa.
Qui, sulle pendici del monte Cucco, è così bello che non sembra vero, è pianeggiante ed aereo allo stesso tempo e si vede Biella e tutto il percorso della GTB, ma qui il cuore piange perché, nonostante la bellezza, fra un'ora si arriva ad Oropa e la Grande Traversata sarà finita.



Passeggiata, escursione, scampagnata, scarpinata, viaggio, esplorazione. Nessuno di questi termini è sufficiente e neppure trekking, che sa di sport, mi sembra adatto, e poi i trekking si fanno durante le ferie in posti lontani incantevoli da ammirare, ma senza affetto per i luoghi visitati.
Forse Traversata è il solo termine che rende l’idea di toccare tanti ambienti e tante realtà. Per noi biellesi poi la GTB è qualcosa di diverso che ci tocca da vicino e bastano i nomi di paesi e frazioni, in gran parte familiari, per farcela sentire subito “nostra”.

Si tratta di quindici giornate che sarebbe bello fare di seguito, ma per noi biellesi ha poco senso cercare gli alberghi per le notti, meglio tornare a dormire a casa. Si può quindi camminare la domeniche o di sabato, in qualunque stagione, evitando magari le calure estive; in primavera o autunno è l’ideale, ma anche d’inverno è bello.

L’attrezzatura è minima davvero: un piccolo zaino, magari un binocolo, scarponcini anche leggeri, vestiti secondo la stagione e una mantellina o l’ombrello se piove. A me pare sia giusto partire anche con il brutto tempo, non ci sono pericoli ed è bello camminare comunque, come si camminava nei secoli passati, come vivono e camminano i Signori del territorio e dell’aria aperta: i Pastori. Accettando i piccoli disagi delle intemperie ci si sente adeguati all’ambiente e credetemi spesso è sorprendentemente gratificante. E’ bello partire sempre e comunque, camminare sotto la pioggia é un arricchimento del viaggio e ci si sente più forti, partecipi del momento insieme ai prati e boschi e animali che sono intorno. Inoltre vi confido che nel bosco, e gran parte del tempo si è nel bosco, piove sempre meno che all’aperto, gli alberi riparano molto e non c’è vento e non fa freddo.


Da mangiare è meglio averne poco o pochissimo, noi portiamo sempre cibi elementari come uova sode noci patate lesse biscotti e mele, poi the caldo e un po’ di acqua. I cibi semplici consumati all’aperto diventano notevolmente gradevoli, sapidi, profumati. Spesso si passa vicino a qualche trattoria e allora è bello cedere alla tentazione di un caldo primo piatto (sapeste che buono durante il cammino!) e si ripartire subito, si sta benissimo e si va leggeri.
E’ molto importante avere con sé la Descrizione di ogni tappa (consultare su “
http://trekking.biellaoutdoor.it/gtb/itinerario” entrare nelle singole giornate e poi nelle singole tappe e stampare) infatti, a volte i paletti segnavia mancano o succede di non vederli, la Descrizione aiuta. N.B. ho raccolto in un unico testo la Descrizione e la si può scaricare dalla pagina iniziale di questo Blog.


Unico neo è l’avvicinamento e il ritorno in auto, si parte e si arriva in luoghi sempre lontani tra loro e dunque occorre portare un’auto all’arrivo, andare con l’altra alla partenza per poi andare a riprendere l’auto lasciata alla partenza e tornare a casa. Anche se si trova un amico volenteroso che viene a raccoglierci all’arrivo occorre comunque recuperare l’auto lasciata alla partenza e la strada è tanta. Sto parlando dei percorsi di una giornata, se si fanno invece le singole tappe, di pochi chilometri, si può pensare di fare andata e ritorno eliminando così il problema, basta una sola auto.
Si può partire anche al mattino tardi perché le ore di percorrenza non sono mai molte, tranne qualche caso in cui si arriva a sette e otto ore.



I chilometri reali spesso sono un po’ superiori a quelli indicati, infatti ci possono essere spostamenti anche di un paio di chilometri tra la fine di una tappa e l’inizio della successiva. Questo non deve preoccupare, quando si è in ballo si balla sempre volentieri.
Su percorsi così lunghi può succedere di sbagliare strada e quando accade devo ammettere che è abbastanza seccante. Capita di camminare anche a lungo senza dubitare di essere fuori itinerario, poi magari a un bivio ci si accorge che manca il segnavia che sarebbe logico aspettarsi e sorge il dubbio. Occorre allora guardare bene, a volte i segnavia sono stati divelti dalle macchine agricole, o sono fagocitati dalla vegetazione o chissà. Si può provare ad andare avanti e sperare nel bivio successivo… Insomma si sta un po’ col fiato sospeso. Quando si è certi di essere fuori strada non resta che tornare sui propri passi fino al segnavia precedente e riprendere la strada tenendo gli occhi ben aperti, è facile non vedere un segnavia specie se il paesaggio, come succede spesso, è interessante. Leggere la Descrizione spesso risolve.
A scopo orientativo (sic!) posso dire che a noi è successo di sbagliare strada una o due volte per le prime tre o quattro giornate, poi non più. E’ aumentata l’attenzione ed abbiamo sviluppato un notevole “fiuto” della pista. Barbara dice che io sento “l’odore” dei paletti con la fascia gialla, e che sul mio naso non si discute… mmh.
Comunque anche quest’abilità che si acquisisce è motivo di soddisfazione, e i momenti d’incertezza quando il dubbio t’assale sono uno stimolo piacevole che fa sparire la stanchezza con un lieve aumento di adrenalina.
In quei momenti, quando si perde la strada, la lettura delle Descrizioni aiuta molto, anche se in qualche caso, occorre dirlo, non corrisponde per nulla a quel che si vede intorno e sembra allora di leggere le quartine di Nostradamus.
Quando questo succede, è molto probabile di trovarsi in un punto più avanti o più indietro di quel che si pensa, quindi leggete prima e dopo, credetemi è un buon consiglio. Si tratta comunque di casi rari, normalmente la Descrizione è stringata, ma sufficiente.



A volte si rimane senza indicazioni proprio al termine di una tappa e non si sa dove comincia la successiva, è una mancanza della Descrizione. Ad esempio al termine della Tappa trentacinque–inizio trentasei della decima giornata: Castellengo-Brusnengo, si sbuca a metà di un lunghissimo rettilineo d’asfalto senza indicazione se andare a sinistra o a destra (andate a destra!), il fiuto ci ha salvato e abbiamo ritrovato la partenza successiva che era a due chilometri di distanza, meglio sarebbe stato mettere almeno un segnavia sul rettilineo.


C’è una sola tappa veramente problematica ed è la n.37 (la 4° della decima giornata: Castellengo-Brusnengo). E’ orribile la prima parte che prevede un lungo tratto d’asfalto molto trafficato e con le auto che passano a mezzo metro e a cento chilometri orari (la Ratina). Ma il peggio viene dopo! Risalendo il piccolo torrente Ostierla, il sentiero si perde perché s’incontra un lungo tratto di boscaglia sconvolto dalle piene del piccolo torrente, con i segnavia scomparsi divelti e spostati dalle acque, vi sono piste fuorvianti tracciate da trattori per fare legna, in più è tutto acquitrinoso, marcescente e fitte macchie di arbusti e rovi tolgono anche la visione intorno. Il torrentello poi è zigzagante ed occorre attraversarlo almeno due o tre volte senza ponti né guadi agibili, c’è da sperare che sia in periodo di magra… Insomma non ci si capisce più niente. Unico consiglio che possiamo dare è mantenere la direzione (circa verso Nord) e stare un po’ a destra, accosto a una piccola scarpata, mezz’ora di nervi saldi e se ne esce. Dopo, il primo segnavia che si trova è accompagnato da altri due nello spazio di cinquanta metri! Lì forse ci vorrebbe una cappelletta per gli ex voto…


A parte questi casi estremi si cammina molto tranquilli.
Noi la GTB l’abbiamo percorsa nel periodo freddo (tutte le domeniche dal 6/1 al 11/4) col vantaggio che si camminava senza patire il caldo, inoltre quando mancano le foglie la visibilità è migliore ed anche da dentro i boschi si possono vedere bene i dintorni anche lontani.



Quel che ci è mancato, vista la stagione, sono gli animali, insetti e altro che danno sempre qualche spunto interessante all’osservatore. Tuttavia possiamo enumerare un bel po’ d’incontri con la fauna locale, ecco un piccolo elenco certamente incompleto:


Cervi, caprioli, lepri, minilepri, volpi, scoiattoli, topi e toporagni, donnola, fagiani, aironi, anatre, egrette, nitticore, cornacchie, corvi imperiali, gazze, ghiandaie, passeri, merli, fringuelli, codirossi, cinciallegre e cinciarelle, codibugnoli, scriccioli, merli, cesene, picchio verde, picchio rosso, cuculi, colombi selvatici, tortore, molti rapaci e forse una poiana, allocco, civetta, pochi rettili: lucertole, orbettini, ramarri, un biacco.

Il tasso, tipaccio burbero e riservato, è riuscito a non farsi mai vedere ma ne abbiamo viste le tane, ed anche il cinghiale non è mai apparso alla vista ma ovunque ha segnato i prati e le radure arando con il muso il terreno.


Sembrano tanti ma in verità ci aspettavamo di più, spesse volte i boschi ci son sembrati vuoti, spopolati, e vicino alle case e cascine erano pochi i passeri e i consimili che vivono molto vicino all’abitato. Gran brutto segno.
E poi gli alberi. Non saprei dire quanti milioni di alberi abbiamo visto trascorrerci a lato. Gli alberi al contrario degli animali sono in esubero e in crescita esagerata, spiace molto vedere centinaia di ettari di prato e pascolo che si stanno coprendo di arbusti, giovani betulle, acacie, saliconi e chissà cos’altro. La bellezza dei paesaggi è data dalla presenza di aree verdi dei prati e dei pascoli, e il bosco è bello solo quando è antico, stabilizzato. Guardiamo invece al bello, le piante principali, quelle che più ci sono rimaste negli occhi e nel cuore sono i castagni, le querce, i faggi, i frassini, i carpini e le betulle anche se queste ultime sono donzelle caduche benché molto graziose per il loro candore. Ci sono bellissimi boschi di betulle, specie a est verso Coggiola-Piane Veglio, tutti pascoli invasi dalle betulle, bisogna andarli a vedere in fretta, dureranno poche decine di anni.



L’albero che fra tutti più colpisce per il suo forte aspetto è l’ontano nero. Senza le foglie può sembrare una quercia, ma più scuro e intenso, sembra un’incisione di Albrecht Dürer. Ama le zone umide, lungo i rigagnoli e i fossati.
Gli ambienti che s’incontrano sono davvero molti, la Geologia del biellese è ricca e varia ed influisce fortemente sulla vegetazione.


Mi spiace di non poter trasmettere le sensazioni del camminare in questi ambienti aperti; quel poco che si ritrae con la fotografia è sempre e solo una piccola parte di quel che si vede. Guardando da sotto un enorme maestoso castagno si sentono quasi sulla pelle la sua grandezza e forza, ora provate a fotografarlo: ci sta solo qualche ramo magari smangiato dal controluce, manca il vuoto che c’è intorno, si perde tutto.
Così succede per i prati e le radure e i panorami ed anche per i più ristretti scorci nei boschi. Forse per questo, camminando, penso spesso di parlarne agli amici e a tanti altri nella speranza di indurli a percorrere a loro volta questi itinerari; che sia il tragitto stesso a comunicare ciò che non si può trasmettere.

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